11 Freestyler Camp: my report

“Lele, a che ora partiamo? Non vorrei trovare la strada troppo incasinata.”

“Ma no stai tranquillo: giù sta piovendo, la strada sarà libero.”

Quasi ci credevo….

In effetti a Ponte di Legno la strada è ancora in condizioni normalissime, tanto che mi godo il paesaggio bianco-notturno e pregusto surfate in una neve a-là Canada: le immagini della montagna si cristallizzano in una splendida fotografia, sento il sottofondo della tavola che galleggia su di un mare bianco…

… ma l’immagine della montagna si è cristallizzata perché sono fermo con le ruote che slittano sulla neve comparsa all’improvviso – incredibile come il loro suono sia identico a quello della tavola che galleggia etc etc.

Monto le catene, copro gli ultimi sette chilometri ed arrivo dritto dritto a Whistler; deve essere così, perché non ricordo in Italia uno scenario del genere: il Passo è un’unica macchia bianca che appare e scompare in mezzo a fiochi di neve che cadono senza sosta, tanto che per tutto il fine settimana i mezzi caricheranno la neve in eccesso su camion (ma dove la portano? Boh…).

A questo punto la scimmia è a livelli di pericolosità sociale, ma le facce degli altri freestyler non esprimono le stesse sensazioni: purtroppo la nevicata storica fa il paio con una visibilità quasi nulla. La mattina seguente realizzo che poco o nulla è cambiato e vengo preso da emozioni contrastanti: ritrovarsi con gli amici è sempre bello, ma essere circondati da montagne di powder insurfabile è frustrante. Alla terza discesa sulla pista baby ho la netta convinzione di stare spercando qualcosa di memorabile… per fortuna un manipolo di eroi costruisce un kicker a bordo pista e (potenza della Freesta-Crew) la giornata prende un’altra piega, approfittando di un landing in piuma d’oca dove farsi male è impossibile.

A fine giornata, comunque, ci viene regalato uno scampolo di visibilità che un pungo di utenti sfrutta girandosela sulla Contrabbandieri intonsa: viste le premesse, non sputiamo nel piatto in cui abbiamo mangiato e chiudiamo la giornata nel centro benessere decisamente di rilievo – gli accappatoi con il numero di stanza ricamato danno quel tocco che “fa chic e non impegna”.

La festa del sabato è all’insegna di polenta e carne di cervo innaffiati da bordate di rosso; degno preludio alla famosa/famigerata estrazione fantozziana, che assomiglia sempre di più al mercato delle vacche di Gallarate: se non ci credete, provate a vincere una maglietta XXL quando voi portate la taglia S e ne riparliamo. Personalmente do il mio contributo scambiando un adesivo Kshmr con la t-shirt freestyler di doc.g: sarà per questo slancio di generosità che mi aggiudico (BROGLIO! BROGLIO! BROGLIO!) la tavola offerta da Parmasport (con annesso giro di shot gentilmente offerto dal vincitore).

La serata a questo punto scivola nello sciallo più totale, tra cui mi piace ricordare una partita a Jenga con Mellon (in versione “Leggenda del santo bevitore”) che elabora sue personalissime strutture utilizzando mattoncini di legno.

Usciamo, accolti dal solito muro di neve, e decido di non seguire gli altri in disco: un po’ sono stanco, un po’ si intravede la luna al di là delle nuvole e forse…forse un bel niente. Al mattino il panorama è il solito bianco invisibile (AAAARRRRRGGGGHHHH!!!!!) peggiorato dalla vista di Bart a torso nudo di fianco a me.

Vabbè, è andata così: apparecchiamo armi e bagagli, spostiamo le auto in zona-pista, prendo la f@@@@tissima seggiovia baby per scaldarmi… e a metà il cielo si apre completamente regalando una visione da video di snowboard: la montagna è completamente immacolata, tanto che si fatica a distinguere la pista. Non riesco a trattenere un urlo.

Sms ad un paio di amici, ma siccome “no friends on powder days” il resto della giornata è all’insegna della fresca, ovunque se ne trovi e con chiunque capiti, tanto che quando smetto è proprio perché non ne ho più.

La morale di questo camp la lascio alle parole di Giallu al momento dei saluti: “Ai camp di Freestyler si sta sempre bene.”

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