Report Camp Nazca, 4-11 agosto

Giacomo Kratter ha definito l’half-pipe “la disciplina più tecnica dello snowboard”: nell’ultimo giorno del mio camp Nazca ho avuto un assaggio della verità contenuta in queste parole.

Ma andiamo con ordine…


Giorno 1: le selezioni.

La giornata è splendida ed il ghiacciaio è in ottima forma, quando alle 08.30 ci ritroviamo sulla terrazza del bar (al solito, io la notte prima quasi non ho dormito per il mix tensione-emozione).

I principianti vengono subito assegnati ai loro maestri, mentre per tutti noialtri aspiranti pro c’è il “plotone di esecuzione”: i maestri Nazca ci aspettano in fondo, noi scendiamo uno ad uno ed alla fine ci viene detto quale maestro accodarci. Tutti loro ci ripetono più volte che “non è una gara, scendete tranquilli”: seee, come no. Per uno competitivo come me – e a giudicare da alcuni sguardi, non sono il solo – questa è già una sfida, ragion per cui sono lì a scrutare ogni discesa per capire se gli altri vengono assegnati a gruppi più avanzati del mio. In realtà la prima selezione non è affatto l’ultima, i maestri si prendono tutto il tempo necessario essere sicuri di formare gruppi omogenei: io finisco con Cristian, “terzo livello avanzato”.


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Subito giriamo il video di una discesa per poterlo analizzare nel pomeriggio; Cristian ci spiega i concetti di piegamento, distensione, centralità sulla tavola, e poi va: affronto il mio turno di discesa con la convinzione e la consapevolezza di saper fare i movimenti giusti.

Povero illuso: il pomeriggio osservo le immagini di uno vestito come me, con la mia stessa tavola, che però scende con le braccia incollate al corpo (manco mi avessero imbavagliato) e con un piegamento-distensione degni di un 90enne artritico – con rispetto parlando.

Cristian ci spiega con tranquillità i nostri errori, le conseguenze cui possono portare ed i metodi per correggerli: le sue parole coprono in qualche modo il suono degli schiaffi che la (mia) umiltà rifila alla (mia) superbia.

Giorno 2: questione di stile.

Dopo una notte quasi insonne per l’impazienza di tornare sulla tavola (e sono due), il meteo ci regala un’altra giornata stupenda, perfetta per imparare.

“piegamento e distensione” sono un mantra ossessivo che mi picchia in testa ad ogni curva; quando provo ad eseguirli sul serio, scopro che la mia percezione della tavola e della discesa cambiano radicalmente. Il baricentro torna a cadere sulla tavola, lo snowboard si inclina di meno e non mi sfugge sotto i piedi quando affronto tratti ghiacciati, ma soprattutto faccio meno fatica con i polpacci… e più con le cosce. Piega e distendi, piega e distendi, le mie gambe poco allenate iniziano a bruciare. Nell’ultima ora Cristian ci porta in park per metterci alla prova sui salti più piccoli (affollatissimi); dopo un primo salto di prova ed un secondo con un buono stacco, infilo una sequenza di tre jump fatti male: quando sul terzo rischio una brutta caduta, lo interpreto come un monito a smettere prima che sia troppo tardi. E chi sono io per non ascoltare?

Giorno 3: riding in the rain.

Durante la presentazione del camp, sabato sera, il gran capo Walter “vai… via!” Mosconi ci ha detto che il ghiacciaio è più bello quando il cielo è nuvoloso: immagino sia perché la neve resta surfabile tutto il giorno senza passare dal vetro del mattino alla piscina di fine giornata.

Questo martedì in effetti si presenta così, e la cosa non mi dispiace affatto: dopo le usuali discese di riscaldamento, Cristian annuncia che d’ora in avanti gireremo quasi solo in park: non vedo l’ora… e continuerò a non vederla. Arriva infatti un diluvio che trasforma rapidamente il ghiacciaio in un acquitrino, tanto che verso le undici torniamo giù.

Non che in paese il tempo sia migliore: diluvia a dirotto anche lì, cosa che impedisce di fare praticamente qualsiasi cosa a 2Alpes. Me ne torno nel mio mono (sarebbe un monolocale, ma è così piccolo che il locale non c’è, come dimostra mad_marcio, modello per un giorno
ROTFL )


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e confido nel domani, ma le previsioni non sono affatto buone, e da queste parti di solito ci azzeccano.

Giorni 4-5: whiteout.

Per due giorni consecutivi, il ghiacciaio offre la stessa situazione: temperatura a -5°, vento sui 35 km/h, nevicate continue e visibilità quasi a zero.


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È il cosiddetto “whiteout”: hai bianco tutto intorno, e quindi non sai se sei fermo o in movimento, in che direzione e a che velocità. I sensi sono talmente confusi che possono arrivare anche nausee e mal di testa.

Insomma, non ce n’è. Per due giorni torno giù con il morale sotto le lamine, specialmente pensando che la seconda parte di un camp è quella in cui la progressione si fa sentire sul serio. In paese, poi, non solo diluvia, ma fa un freddo da vero inverno, che allegria.

Così, dopo la mountain bike (io me la facevo sotto, e tutti gli altri che andavano giù a mille all’ora), il golf (ci sono modi più piacevoli di farsi venire i calli alle mani), il tiro con l’arco ed i bob (con ragazzini francesi che sfrecciano giù tra le risate dei genitori) ne approfitto per riposare un paio d’ore, ovvero crollo sul letto. Chiacchierando con gli altri scopro che un po’ tutti lo fanno, e realizzo quanto siano pesanti 4 ore continue di snow fatto sul serio.

A tirarci su c’è la grigliata, che costituisce secondo me un po’ il punto di svolta del camp: sarà l’atmosfera, il vino, la carne, fatto sta che finiamo a fare il trenino nel solco del miglior “a-e-i-o-u-ipsilòn”.

La cosa più seccante della pioggia è che ci impedisce, per esempio, di allenarci con il tappeto elastico (cosa sulla quale avevo confidato non poco)… quindi c’è poco altro da fare se non bazzicare l’ufficio Nazca ed il vicino locale Le Pressoire.

Sorpresa sorpresa: chiacchierare con i maestri è come seriore una lezione di snowboard; del resto non capita tutte le volte di incontrare pro come Ricky Suppo. Sentire lui e gli altri vuol dire osservare lo snowboard da un punto di vista diverso: quello di chi, vivendolo quasi ogni giorno, lo ha fatto diventare una abitudine mentale come può esserlo, per me, la consapevolezza di dover fare la spesa.

Il bisogno fisico, a livelli di crisi d’astinenza, del rush di adrenalina che ti arriva da una giornata di powder o da quella manciata di secondi in cui volano sopra un kicker li spinge a continuare, a progredire, a non fermarsi mai. Per quanto possano contare i soldi (e comunque contano, perché non si vive d’aria), questo sport è veramente qualcosa che ti dà tanto di per se stesso.

Giorno 6: la cavalcata delle valchirie.

Mentre salgo con la teleferica inizio a temere il peggio: il paese è avvolto da umida nebbiolina. E invece…

Il ghiacciaio ci accoglie con sole pieno, temperatura ottimale (tale da mantenere la neve in condizioni invernali per tutta la giornata), ma soprattutto con almeno 30 cm di neve fresca.

Prendiamo d’assalto le ancore neanche fossimo i Pirati dei Carabi, Cristian se ne accorge subito e decide per un programma in scioltezza: ovvero discesa di riscaldamento, park… e pipe.

Per me si tratta della prima volta in assoluto, e facendolo “a foglia” mi accorgo di quanto conti avere un’ottima tecnica per farlo come si deve. In fondo è come ogni cosa dello snowboard;:tutti possono fare una discesa con una tavola, oppure uscire da un salto. Condurre bene, saltare bene è un altro paio di maniche.

Soprattutto, scopro che c’è una certa differenza tra guardare un pipe dal fondo della gola e guardarlo dall’alto del coping: una differenza che basta a mandarmi al gabinetto per riflettere… e l’half-pipe di 2Alpes non è uno dei più alti che ci siano.

Tra un giro e l’altro, Cristian ci regala un bs3 cork con tanto di mute grab dal funbox della linea grossa del park (tanto per ricordarci chi è che comanda
Wink ), ma noi ci accontentiamo di saltare, gabbare, girare fino a quando le ancore non si fermano del tutto.

In fin dei conti una degna chiusura per una settimana di intenso lavoro, qualche frustrazione e (almeno per me) tanta progressione.

Sono pronto per l’inverno.

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